Privacy online: perché bisogna fare attenzione a Google

Privacy online: perché bisogna fare attenzione a Google

Privacy online - PCA Consultative Broker

GOOGLE E IL MERCATO CLANDESTINO DEI DATI PERSONALI

Pensavi che il nemico pubblico numero uno della tua privacy fosse Facebook o gli hacker? Sbagliato. Pensa anche a Google: per giunta, a pochi giorni dall’accordo raggiunto con la Federal Trade Commission (FTC) per la violazione della privacy degli utenti minorenni su YouTube, Google è chiamata sul banco degli imputati per un’accusa ancora più grave: gli sviluppatori di un browser alternativo (chiamato Brave) hanno denunciato Google per memorizzare – illegalmente – la cronologia di navigazione degli utenti a loro insaputa. Perché? Perché questo è oro da vendere agli inserzionisti attraverso la pubblicità basata sul real-time bidding, per aumentare l’aderenza e quindi l’efficacia della proposta pubblicitaria, in pratica “su misura” del profilo personale di ogni utente. Questo sistema sarebbe sfruttato su oltre 8,4 milioni di siti per diffondere dati personali sui visitatori ad oltre 2000 società, per centinaia di miliardi di volte al giorno. Le presunte violazioni sono infatti in aperta violazione del GDPR e potrebbero costare a Google una multa decisamente salata. Da parte sua, Google ha replicato affermando di non inviare annunci pubblicitari personalizzati e richieste agli inserzionisti senza prima il consenso degli utenti.

NON È LA PRIMA VOLTA PER GOOGLE

Nel 2017 un gruppo con sede nel Regno Unito chiamato “Google You Owe Us” ha intentato un’azione legale contro Google, sostenendo che avrebbe raccolto illegalmente informazioni sugli utenti – da giugno 2011 a febbraio 2012. Il gruppo chiede un risarcimento per i 5,4 milioni di inglesi che hanno utilizzato un iPhone durante questo periodo, perché Google avrebbe approfittato di una lacuna all’interno del browser Safari dell’iPhone durante questo periodo per raccogliere informazioni sugli utenti, inclusa la cronologia di navigazione in Internet. La società avrebbe poi venduto queste informazioni agli inserzionisti.

Le impostazioni di privacy predefinite dell’iPhone impedivano ai siti di tracciare le attività degli utenti attraverso i cookie a meno che l’utente stesso non avesse interagito specificamente con il sito Web (compilando un modulo, ecc.). Google è stata in grado di aggirare questo tramite il suo (ora defunto) Google+. Con l’accesso a Google+, Google inviava un modulo “invisibile” ad Apple per conto dell’utente (e senza il suo consenso) che consentiva il tracciamento dei cookie. Ma è solo una delle numerose denunce che colpiscono, frequentemente, Google in fatto di violazione della privacy degli utenti.

Le falle nei sistemi di protezione della privacy restano così gravi essenzialmente per due motivi:

  1. Le stesse grandi compagnie (Google, Facebook, Apple…) occupano il duplice ruolo di controllori/responsabili e di produttori di sicurezza sulla privacy. E’ un palese conflitto di interessi che è altrettanto complicato risolvere perché non esistono autorità pubbliche o aziende private capaci di porsi sullo stesso piano dei colossi digital.
  2. I dati personali sono l’oro del digital di oggi o, addirittura, sono la risorsa vitale che tiene in vita l’economia, non solo digital.

 

IL MERCATO DEI DATI: NUMERI UFFICIALI E NON

Il mercato dei dati si divide, come buona parte dei settori economici, in un mercato legale e in uno illegale. Quello legale si aggira su numeri importanti, anche se persino le stime più eclatanti vengono considerate riduttive dagli addetti ai lavori. Idc, una società di consulenza statunitense, prevede un giro d’affari in ascesa di oltre 203 miliardi nel 2020, con un tasso di crescita annuo medio dell’11,7%. Altre aziende di consulenza abbassano o alzano le stime, ma in entrambi i casi si resta nell’ottica di un business globale e in fortissima espansione. «Che esista un mercato dei dati legittimo è un dato di fatto. Facebook è gratis perché il suo prodotto siamo noi, visto che vendono informazioni a nostro riguardo agli investitori. In maniera legale», spiega Gabriele Faggioli, responsabile dell’Osservatorio Information security e privacy del Politecnico di Milano e presidente del Clusit (associazione italiana per la sicurezza informatica). Persino il caso di Cambridge Analytica è in bilico, e si candida a fare giurisprudenza: “non si è trattato di una classica data breach, violazione di dati, ma di una «cessione considerata illegittima» – dice Faggioli.

Il valore della privacy è diventato fondamentale per le aziende e i loro utenti: in PCA con un approccio consulenziale e analitico, aiutiamo le aziende a comprendere una politica efficace di gestione e di tutela della privacy, coinvolgendo tutti gli aspetti del business, non solo quello tecnologico e legale.

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Grazie per l’attenzione e la lettura!

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