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Assicurazione e danni ambientali: il confronto Italia-Europa

Assicurazione e danni ambientali: il confronto Italia-Europa - PCA Consultative Brokers
Assicurazione e danni ambientali: il confronto Italia-Europa - PCA Consultative Brokers

Eventi come la tragica alluvione nelle Marche di questo settembre riportano in primo piano l’attenzione verso l’emergenza climatica e sui rischi legati al crescente numero di calamità naturali che si stanno verificando. La mappa del rischio climatico di Legambiente certifica che da gennaio a luglio di quest’anno sono stati registrati in Italia 132 eventi climatici estremi, il numero più alto della media annua dell’ultimo decennio. Dal 2010 ad oggi, nota ancora l’Associazione, il paese è stato interessato da 1.318 eventi, di cui quasi il 40% sono stati allagamenti dovuti a piogge intense, seguiti da trombe d’aria (28%) e danni da piogge (12%). Dal 2015 al 2021, secondo i rilievi di Coldiretti, “a causa degli eventi catastrofali sono andati persi in Puglia 130 milioni quintali di cibo“.

IL “PROTECTION GAP” DELLE AZIENDE AGRICOLE

In un tale scenario, il ricorrere ad un’assicurazione contro i rischi catastrofali sembrerebbe una logica conseguenza. Eppure, tale idea fa fatica a permeare la mente degli italiani. L’ultimo rapporto dell’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicurative (ANIA) evidenzia che circa il 75% delle abitazioni italiane è esposto ad un rischio significativo di calamità naturali, ma che poco meno del 5% di esse ha una polizza contro questo tipo di eventi. Anche tra chi possiede un’assicurazione sulla casa (la cui percentuale sul totale delle abitazioni è comunque bassa, intorno al 52%) il rischio catastrofale è poco sentito: a fine marzo 2022 le polizze erano circa 11.9 milioni, ma quasi l’89% di esse non aveva alcuna estensione per il rischio climatico. In base ai dati ANIA, il 4.9% possedeva un’estensione che copriva il solo rischio terremoto, il 2.3% solo il rischio alluvione ed il 4.2% presentava entrambe le coperture.

È vero che queste polizze sono cresciute costantemente negli ultimi anni: dal 2009 (anno del Terremoto dell’Aquila) il numero delle coperture è cresciuto di circa 40 volte, segno di una progressiva sensibilizzazione verso questo tipo di rischi. Ma in termini assoluti, i dati risultano comunque ampiamente insufficienti.

IL TRATTAMENTO DEL RISCHIO: ITALIA VS EUROPA

In Europa soltanto il 25% delle perdite causate da catastrofi naturali risulta assicurata e la classifica del protection gap è guidata da Italia e Grecia. La stima viene dall’Eiopa, l’authority europea sulle assicurazioni, che ha appena rilasciato il suo primo “cruscotto” sul deficit di protezione assicurativa dei rischi catastrofali. L’Eiopa ha preso in considerazione 30 stati del continente compresi tre (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) che non fanno parte dell’Unione. Come molte delle classifiche sul protection gap anche quella dell’autorità europea può essere considerata parzialmente misleading perché non considera il ruolo svolto dallo stato (quasi assoluto in Italia, ad esempio) nel risarcire i danni di terremoti, alluvioni e tempeste di vario genere. Sicché viene sovrastimata la situazione di rischio di un paese sotto-assicurato. Nei materiali diffusi da Eiopa non è poi possibile capire quando lo stato partecipa a schemi pubblico-privati di copertura – situazione normalmente presente in molti stati del continente – se il suo contributo è incluso nella quota dei rischi assicurati. Altro limite dello studio riguarda il fatto che, almeno per il momento, non è stata data completa visibilità sull’intero “cruscotto” ma è stata pubblicata soltanto una sintesi dei risultati ottenuti, ciò che non consente di confrontare con precisione i risultati ottenuti tra un paese e l’altro.

Uno dei motivi per cui le percentuali in questo settore sono così basse è il fatto che “l’Italia è forse l’unico paese industrializzato privo di un meccanismo regolamentato per la gestione delle calamità naturali” dice ANIA. In pratica, il paese attua una gestione di tipo ex-post, stanziando degli aiuti ad hoc (quindi di natura straordinaria) solo al verificarsi di un determinato evento. Questo tipo di approccio ha contribuito a diffondere la convinzione che esista una sorta di garante di ultima istanza per queste casistiche quando in realtà tutto è lasciato alla discrezionalità (e disponibilità) dello Stato in quel preciso momento.

La situazione è diversa in paesi con un’emergenza climatica simile a quella dell’Italia dove però esistono sistemi di gestione del rischio regolamentati. Al di là delle differenze specifiche, comunque, tutti questi schemi hanno in comune la partecipazione congiunta del settore assicurativo privato e dello Stato attraverso meccanismi che garantiscono la mutualizzazione dei rischi. Come è certificato anche da un report della Commissione Europea (e come è anche logico aspettarsi), i paesi che prevedono schemi obbligatori o semi-obbligatori sono quelli con i tassi di penetrazione assicurativa più elevati.

 

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